Caso Kirghizistan: un pentolone senza coperchio

Cinque anni fa lo scandalo in Kirghizistan. Bambini abbinati a coppie italiane che però non erano adottabili. Udienze rivelatisi poi delle messe in scena, un processo in corso a Savona e una battaglia portata avanti dalle famiglie per cercare di capire cosa è realmente successo.
In queste ore, una inchiesta giornalistica ( del Fatto Quotidiano a firma di Thomas Mackinson) squarcia il velo su aspetti sconosciuti ai più e inquietanti.
E così, le storie adottive di molte famiglie italiane che sembravano camminare su strade parallele in realtà si incrociano e diventano rami di uno stesso albero.

Fabio Selini da anni chiede di sapere come sta Vova

Fabio Selini e la moglie Gessica sono una di quelle famiglie che da anni cercano delle risposte. Una domanda li assilla e non li lascia dormire: come sta il piccolo Vova?

Vova era il bimbo che avrebbe dovuto far parte della loro famiglia. Noi abbiamo incontrato Fabio.

Ci parli brevemente di Vova?
“Vova è il mio bambino perduto, uno dei 21 bambini coinvolti in quello che definisco da tempo, il peggiore scandalo delle adozioni degli ultimi trent’anni.  Decine di famiglie coinvolte, bambini usati, trafficanti di minori, controlli e tutele inefficaci.  Ignari di tutto, noi siamo stati stritolati da un ingranaggio completamente fuori controllo, privo delle necessarie tutele, dei minimi standard di sicurezza, del rispetto per le vite altrui.

Una storia di venti famiglie volate in Kirghizistan dove hanno incontrato quelli che credevano essere i loro figli, una storia di coppie ritornate in Italia senza mai più incontrare quei bimbi.  Una storia di bambini offesi, usati, dimenticati (non certo dalle famiglie).  Una storia, quella Kirghisa, che ha segnato per sempre la vita di moltissime persone: genitori, bambini, fratelli e sorelle, interi nuclei famigliari.

Nessun bambino Kirghiso è mai arrivato in Italia, questo è importante ricordarlo.

Questo è il vero scandalo!

Una storia nella quale nessuno (nessuno!) si è mai degnato di chiedere perdono alle vittime.  Questa tremenda storia, fino ad oggi, è passata misteriosamente in sordina, come se fosse necessario calare un velo su qualcosa di vergognoso.  Nel corso di questi anni, nonostante molte famiglie si siano battute per ottenere rispetto, risarcimenti, verità e trasparenza, il dramma Kirghiso è sempre stato relegato a faccenda da non raccontare, da non divulgare, da archiviare rapidamente.  A volte mi domando il motivo.”

Eppure lo scandalo ha coinvolto un ente autorizzato italiano, ha messo in luce le falle del Sistema adottivo italiano, ha scoperchiato un universo di dolore e di sofferenza, ha mostrato con largo anticipo la strada per evitare future storture.
“Se non fosse stato per le numerose denunce delle famiglie, questa vicenda sarebbe già seppellita sotto strati di burocratica polvere. Denunce fatte dapprima alla Commissione Adozioni Internazionali, poi alle procure di mezza Italia. Denunce che hanno condotto al processo di Savona. Ma non è abbastanza un processo per contenere un simile dramma.

Che altro dire di Vova? Un bambino di tre anni bellissimo, un sorriso indimenticabile, una storia d’amore interrotta per colpe altrui. Un figlio mai più abbracciato, un bambino vilipeso nei suoi diritti fondamentali. Un bambino che ancor oggi amiamo fortemente.”

A tuo avviso, come può migliorare il sistema adottivo in Italia? E cosa si poteva fare nel tuo caso e non è stato fatto? E cosa ancora si potrebbe fare?
“Non lo so. In questi ultimi anni ho seguito con orrore le numerose battaglie che hanno coinvolto, spesso su fronti opposti, Enti contro Enti, famiglie contro Enti e quel che è peggio, famiglie contro altre famiglie. Una lotta senza esclusione di colpi dove tutto era consentito, anche speculare sulla sofferenza altrui.

Come migliorare? Immagino che si possa fare molto, ma sono un padre adottivo e non un tecnico. Lascio ad altri l’onore e l’onere di trovare alternative. Per quanto mi riguarda, posso solo dire che spesso si guarda il dito ignorando la luna. Mi spiego, credo che prima di lanciarsi in utili/necessari o inutili cambiamenti, si dovrebbe recuperare e consolidare quanto già c’è. Bisogna ricordare a tutti i soggetti interessati (io spesso l’ho ribadito) che le regole, le procedure, i protocolli e gli strumenti di comunicazione tra istituzioni e famiglie già esistono. Rispettare tutto questo e soprattutto vigilare che ogni particolare sia seguito e eseguito alla lettera è di per sé azione efficace, se non risolutiva.  Ripartire da questa presa di coscienza sarebbe già un ottimo risultato. Per ricostruire il Sistema è necessario consolidare le fondamenta. Non vedo alternativa.

Nel nostro specifico caso … beh che dire? Credo ci sia stato un cortocircuito generalizzato, dire cosa non ha funzionato è come chiedermi di contare i granelli di sabbia di una spiaggia.  Niente è andato per il verso giusto e le responsabilità di questa follia sono molto più generalizzate di quanto il processo di Savona potrà raccontare.

Cosa si potrebbe ancora fare? Innanzitutto pretendere che le istituzioni di questo Paese che si considera civile, si degnino di stare accanto alle famiglie coinvolte, che riconoscano a genitori e bambini lo status di vittime, che trovino modo di risarcire per il dolore e il danno economico provocato a cittadini italiani.

E poi ovvio, che lo Stato italiano si degni di informarsi sul destino dei bambini Kirghisi. Da cinque anni lo chiediamo a gran voce, abbiamo messo in atto iniziative, ci siamo esposti mediaticamente, abbiamo bussato a mille porte.  Tutto tace. Tutto colpevolmente tace.”

Nel vostro caso, le istituzioni vi sono state vicine?
“Non lo so. Di certo se c’è stata una vicinanza è stata tardiva. Ormai il danno era fatto. Di certo siamo state noi famiglie a stimolare le istituzioni, a trascorrere ore in questura, a raggiungere più volte Roma, a scrivere a chiunque.

Ci siamo spesso sentiti soli. La cosa grave è che lo eravamo in Kirghizistan cinque anni fa nelle mani di trafficanti di bambini e lo siamo tuttora mentre cerchiamo di ottenere quella giustizia che è stata negata a noi e a quei bambini, ai nostri figli perduti.”

Cosa ti aspetti dalla nuova Commissione Adozioni con alla guida la dott.ssa Laera?
“Non mi aspetto nulla, mi aspetto tanto.  Capisco che possa sembrare un controsenso, ma non lo è.  Non conosco la signora Laera se non per avere letto qualcosa del suo curriculum, non spetta a me valutarne la nomina.  Ho smesso da tempo di “tifare”, di concedere carta bianca e fiducia.  Mi aspetto i fatti, da chiunque gestisca CAI.  Le mie richieste (e di molte famiglie coinvolte) sono da tempo sulle scrivanie di via di Villa Ruffo.

Ammetto che più che sulla singola “salvatrice della patria” punto sulla collegialità della Commissione. Credo che sia questa la marcia in più, la forza che possa far procedere ciò che pare immutabile. Tante persone, opinioni a confronto, grande e condiviso senso di responsabilità.”

Cosa ti senti di dire alle famiglie che vorrebbero adottare un bambino?
“Dico loro che nonostante tutto (troppo!) non si deve mollare.  Facile a dirsi, mi si potrebbe rinfacciare. Lo capisco. Eppure io vado in giro per l’Italia a raccontare la storia adottiva della mia famiglia, nel bene e nel male.  Racconto dell’adozione spettacolare di mia figlia Daria e di quella complicata e magnifica del mio Otavio. Ma racconto anche di Vova e dello scandalo Kirghiso.  Perché bisogna avere il senso della memoria e del rispetto per quello che è accaduto, anche se fa male.  Ma soprattutto perché nonostante la tragedia che ha devastato la mia famiglia, non ci siamo dati per vinti e abbiamo continuato a credere nell’istituto dell’adozione.

Credere nell’adozione come esperienza meravigliosa che permette ad una coppia di divenire famiglia, ma soprattutto a un bambino di essere accolto e di accogliere, di vedersi riconosciuto il diritto ad essere figlio.  Ecco perché non bisogna mollare.”

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