Quattro anni di attesa, due enti, tanti soldi spesi. E un figlio che arriva dalla Cina.

Per anni il mondo delle adozioni internazionali è stato circondato da un muro di omertà, le famiglie non parlano e non denunciano delle irregolarità per non rischiare di far saltare la loro procedura adottiva e, nei peggiori dei casi, di non poter più adottare.
Negli anni centinaia di coppie hanno impegnato le loro energie, emotive e finanziarie, e il tempo della loro vita in progetti malamente gestiti e ostinatamente difesi, anche di fronte all’evidenza del fallimento. Molte coppie hanno dato fondo ai propri risparmi; alcune hanno contratto debiti per far fronte alle spese.
Ma il silenzio pervade.
Come può succedere tutto ciò in un paese, firmatario della Convenzione dell’Aja, che è vincolato a rispettare delle procedure operative rigorose ideate ad impedire il fenomeno della speculazione sulla vita dei bambini?
La Convenzione dell’Aja prevede che “un organismo abilitato deve essere sottoposto alla sorveglianza delle autorità competenti…”. Conferendo l’autorizzazione agli enti e quindi vigilando alla loro attività, la CAI dovrebbe garantire sia alle autorità estere che alle coppie italiane aspiranti all’adozione internazionale l’affidabilità, l’etica e la professionalità degli enti che, per conto della Commissione, agevolano, seguono e attivano le procedure in vista dell’adozione.
Mentre continuiamo a ricevere un numero spropositato di segnalazioni da famiglie che raccontano una storia dopo l’altra di comportamenti discutibili da parte di diversi enti, l’assenza delle autorità predisposte a vigilare e garantire l’efficacia degli enti si fa pesante.
Riportiamo il percorso tortuoso di una coppia che ha dimostrato il coraggio di rompere il silenzio. Una coppia che, fortunatamente, è riuscita a concludere il percorso adottivo ma non senza intoppi e non senza dover versare ingenti somme di denaro sproporzionate rispetto ai servizi svolti.
Ringraziamo le coppie che condividono con noi le loro storie e auspichiamo, grazie alle loro testimonianze, una pronta revisione da parte del governo del sistema adozioni in modo da garantire un servizio equo, trasparente e civile per tutti gli aspiranti genitori.
Gli eventi degli ultimi anni stanno avendo una pessima risonanza nazionale e internazionale, mettendo gravemente a repentaglio la reputazione del nostro sistema. Soltanto pretendendo la massima trasparenza, efficienza e correttezza si potrà restituire un senso di rispettabilità alle adozioni internazionali nel nostro paese.

La storia di Luca e Erica

“La nostra ricerca dell’ente è iniziata nel lontano 2012 quando abbiamo assistito a dei colloqui informativi con più di 20 enti autorizzati. La nostra disponibilità era per un bambino piccolo e in buona salute ma quasi tutti gli enti ci rispondevano che per la nostra età avremmo potuto avere un abbinamento con un bambino dai 7 anni in su.  Dico quasi tutti, tranne uno, quello che poi noi abbiamo scelto. Per loro, ‘anche ciò che chiede la famiglia adottiva è estremamente importante’ e ci assicurarono che avrebbero potuto abbinarci con un bambino di 0 – 3 anni, tendenzialmente sano e con tempistiche di 24-30 mesi per concludere la procedura.
L’ente in questione era un ente a detta di tutti molto serio, il migliore in Italia. Diamo loro mandato a fine 2012 per l’Etiopia, paghiamo senza indugio la prima tranche del costo Italia e aspettiamo di procedere con il percorso formativo e l’instradamento.
Nell’attesa cominciamo a dare uno sguardo alle tabelle statistiche dell’ente, cosa che avremmo dovuto fare prima.  Intanto i primi mesi del 2013 passano e la situazione in Etiopia per l’ente è completamente ferma: veniamo a sapere che aspettavano il riaccreditamento nel paese, cosa che si sono guardati bene dal dirci nell’incontro informativo pre-mandato (altri enti, invece, erano stati molto chiari in tal senso). Poi notiamo che in Etiopia l’ente ha molte coppie instradate e comparando le adozioni degli anni precedenti, cominciano a sorgere i primi dubbi sulle tempistiche.
Quasi subito mia moglie vorrebbe revocare il mandato, ma io provo a rassicurala.  Ad aprile 2013 facciamo un corso di formazione di due mezze giornate, dopodiché ci instradano nel paese e quindi prepariamo tutti i documenti necessari, paghiamo la seconda tranche Italia e la prima parte del costo estero. Totale 12000 euro.
Poi ci mettiamo ad aspettare, ma sempre più preoccupati.
A febbraio 2014 i tempi prospettati e ribaditi anche nelle mail, sono sempre 24/30 mesi dal mandato alla conclusione della procedura, confermati anche quando la situazione in Etiopia era già compromessa.  Infatti un mese dopo, a marzo 2014, cambia tutto e ci viene comunicato che non si potevano fare più previsioni e che i tempi erano saltati. Sappiamo da varie fonti che in Etiopia ci sono forti rallentamenti ma questo da oltre un anno!
Senonché in base alle tabelle mensili degli incarichi pubblicate sul sito dell’ente, si evidenziava già ad inizio 2013 un problema di discordanza tra le tempistiche prospettate e le loro reali possibilità di rispettarle.  Infatti nel 2013 l’ente ha fatto solo 19 adozioni in Etiopia a fronte di 74 coppie in attesa di abbinamento.  Nel 2013 l’ente fa il 30% di adozioni in meno rispetto al 2012 mentre continuano a prospettare le stesse tempistiche di sempre.
Noi quando siamo stati instradati eravamo nella lista circa 60esimi.  Nel 2013 l’ente ha avuto forti rallentamenti su tutti i paesi e sappiamo che hanno continuato e continuano a prendere mandati e dare tempistiche di 24/30 mesi.  Anche in Etiopia, dove tutti gli altri enti hanno avuto il buon senso di fermarsi.  Proviamo a parlare con la referente dell’ente e le diciamo che siamo disposti ad ampliare le nostre disponibilità pur di arrivare in fondo. Niente di fatto.
Il tam-tam comincia a battere sui forum.  Scriviamo e telefoniamo ad associazioni di genitori adottivi e alla CAI, affinché intervengano per darci un aiuto concreto con l’ente fermo nel pantano.  Non otteniamo niente e allo stesso tempo cala il silenzio più assoluto proprio dalla Commissione che avrebbe dovuto tutelarci: non rispondono nemmeno al telefono!
A novembre 2014 l’ente si decide a fare un incontro di gruppo a Roma per le coppie instradate in Etiopia, ma già temiamo che non ci saranno novità o soluzioni.  Nell’incontro a Roma siamo presenti in sedici famiglie molto arrabbiate – alcune di queste instradate alla fine del 2013 erano inconsapevoli delle problematiche in Etiopia, mentre altre con mandati più vecchi erano state avvisate ad ottobre dello stesso anno di un allungamento dei tempi.
Ma la presidente dell’ente non si presenta nemmeno! C’è soltanto la referente che non ci prospetta soluzioni alternative e dice che l’ente non ha bambini in stato di adottabilità: questo già da parecchi mesi.  Ci dice che in Etiopia nel 2014 l’ente ha fatto 3 abbinamenti soltanto, tuttavia prevede molto ottimisticamente 15-25 abbinamenti in Etiopia per il 2015, mentre ci sono 66 coppie instradate nel paese. Allo stesso tempo scopriamo che i nostri dossier sono ancora in Italia, nemmeno tradotti.
Per quale motivo abbiamo dovuto pagare la parte del costo estero?  Per noi l’adozione si conclude qui?  Come noi ci sono tante coppie in attesa in Etiopia da inizio 2011.  Sugli altri paesi sono ingolfati di coppie ferme come su Haiti.  Hanno paesi che chiudono e non riaprono come il RDC e il Mali con diverse coppie instradate.  Abbiamo paura di fare la stessa fine.
Siamo convinti della poca trasparenza dell’ente: il tutto confermato dalle tabelle mensili pubblicate, contraddette puntualmente dalle loro mail.  Vorremmo revocare l’incarico ma il contratto capestro che abbiamo firmato tutela solo loro perché non ci restituiranno mai i soldi versati e oramai il tempo è passato.
Sempre a fine 2014 ricominciamo un ulteriore giro di enti perché intendevamo comunque revocare il mandato e scopriamo che la Cina potrebbe essere una alternativa.
La Cina è presente nella lista dei paesi del nostro ente in collaborazione con un altro ente italiano. Ci fidiamo ancora e chiediamo quindi a loro di essere instradati in questo paese e cominciamo a fare tutti i documenti. A inizio 2015 inviamo tutto. E per la Cina veniamo assegnati al nuovo ente, comunque seguiti dal primo. Ci viene detto: “da ora in poi ogni giorno è buono per voi, siete i primi della lista.”
Dai report statistici mensili notiamo che anche la Cina va a rilento. Passa il tempo e non sentiamo nulla.  In corso d’anno veniamo contattati per due segnalazioni che sono completamente al di fuori delle nostre disponibilità, disponibilità delle quali l’ente era a conoscenza.
Poi, dopo queste segnalazioni il silenzio più assoluto, perché l’ente ammette che dalla Cina per loro arrivano solo segnalazioni molto complesse, talmente complesse da non poterle proporre alle coppie.  E infatti abbinamenti ne fanno pochissimi anche nel corso del 2016.
A giugno 2016 scoraggiati ricominciamo a contattare altri enti, e alla fine decidiamo di rimanere con il secondo ente per l’India (tempo di attesa altri 2 anni e mezzo) revocando definitivamente così il rapporto con il primo. Basta, siamo stufi!
Mia moglie non è nemmeno più motivata a fare i documenti per l’India e infatti sono io che spingo per tutta la pratica.  Siamo quasi a fine luglio del 2016, abbiamo preparato e legalizzato tutti i documenti e siamo pronti per revocare il mandato al primo ente quando arriva una telefonata.  La telefonata che aspettavamo da quasi 4 anni. La telefonata che ci ha cambiato la vita!
Dobbiamo rendere merito all’ente di averci permesso di diventare genitori di questo bambino meraviglioso, ne siamo consapevoli, ma non possiamo dimenticare quanta sofferenza ci ha cagionato in questo lungo percorso. E non possiamo dimenticare che alla nostra felicità finale si contrappone l’amarezza di tante famiglie che si sono affidate a loro, che si sono fidate e che dopo tanti anni non sono a nulla.
Sconsiglierei il nostro ente a chiunque voglia adottare, per la poca trasparenza che ha, per l’indifferenza dimostrata, perché ci ha lasciati sempre soli, dall’inizio alla fine, prima durante la lunga attesa dell’abbinamento, poi durante il periodo di permanenza nel paese straniero, e infine anche dopo il rientro in Italia.
Ad una coppia che vuole adottare consiglierei di fare scelte ponderate e razionali, un ente non si sceglie a “pelle” come spesso ci viene detto. Enti seri e che lavorano bene, che fanno cooperazione seriamente ci sono, basta informarsi bene.  E consiglierei di munirsi di tanta pazienza, di determinazione e di racimolare tutte le risorse economiche disponibili. Purtroppo il percorso richiede tanti, tanti soldi. Comunque, non tutte le storie di adozione si concludono dopo 4 anni come la nostra, per fortuna conosciamo tante coppie che la concludono in tempi “ragionevoli”. Conosciamo, ahimè, anche tante coppie che hanno abbandonato il proposito di avere un figlio, molte delle quali fanno parte del nostro ente.”
Luca e Erica, mandato affidato all’ente a dicembre 2012

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