Vademecum per le famiglie: come distinguere un ente serio da una banda degli onesti

Chi vuole adottare un bambino straniero, dopo aver ottenuto il decreto di idoneità da parte di un Tribunale per i Minorenni,ha l’obbligo nel rispetto della cosiddetta Legge sulle adozioni (L. 4 maggio 1983, n. 184) di affidarsi ad un ente autorizzato per le adozioni internazionali. In Italia ce ne sono 62. Chi li autorizza è la Commissione per le Adozioni Internazionali, organo di controllo degli Enti autorizzati all’adozione internazionale, emanazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri Italiano.

In teoria, proprio in virtù dell’esistenza della Commissione, le famiglie dovrebbero poter scegliere un ente senza particolari patemi d’animo e magari in base al paese in cui si desidera adottare un bambino o in base al territorio di residenza della coppia.

Ma la realtà con cui si scontrano le famiglie è ben lontana dalle belle parole e dalle intenzioni umanitarie che certi enti sbandierano ai quattro venti.  Dietro l’alibi di un mandato che li impegna con un’obbligazione di mezzo e non di risultato, dietro la giustificazione dell’instabilità politica caratteristica dei paesi del terzo mondo, è facile, per alcuni enti, battere cassa e poi non fare niente.

E allora, come distinguere un ente serio da una banda degli onesti?  In seguito alle numerosissime richieste che ci sono pervenute da tante famiglie su come muoversi attraverso il groviglio dei numerosi enti autorizzati, abbiamo stilato un vademecum da bollino rosso.

Vademecum per le famiglieSe venite a conoscenza durante la fase informativa che un ente si comporta nella maniera esposta nei punti sottostanti, riflettete a fondo prima di decidere di dare l’incarico, perché in questo caso è probabile che l’ente non abbia a cuore né gli interessi dei bambini né i vostri:

  1. Non organizza corsi di formazione pre-adozione per gli aspiranti genitori.
  2. Non fornisce aiuti umanitari nei paesi in cui ha l’autorizzazione a lavorare.
  3. Richiede la maggior parte dei costi da sostenere in anticipo, e quindi molto tempo prima che il servizio sia realmente svolto.
  4. E’ riluttante a fornire il proprio bilancio o addirittura non lo pubblica.
  5. Ostenta troppa legalità e trasparenza.  (Ci si affida ad un ente autorizzato perché si è certi che agisca nel rispetto della legge italiana e del paese straniero in cui opera.  Vantare le proprie qualità a dispetto degli altri enti è già di per sé una manifestazione di concorrenza sleale. Gli enti non sono imprese e non dovrebbero concorrere tra loro bensì collaborare.)
  6. Se l’ente prende in carico, nell’arco di un anno, più coppie di quelle che riesce realmente a gestire, più semplicemente se il numero delle coppie in attesa è di gran lunga maggiore del numero di adozioni portate a compimento.
  7. E’ riluttante a fornire dati statistici sui tempi medi delle adozioni nei paesi in cui è operativo.
  8. Ha avuto un elevato numero di revoche da parte delle coppie. (Quindi, nell’eventualità di una revoca dell’incarico, informatevi se l’ente rilascia la rendicontazione delle spese sostenute e se restituisce eventuali somme di denaro non utilizzate).
  9. Minimizza potenziali problemi che si possono avere con un bambino con frasi del tipo “L’amore si prenderà cura di tutto” oppure “Vi dovete fidare di noi”.
  10. Promette tempi e costi troppo belli per essere veri in rapporto ad altri enti. Se la sensazione che avete è questa, è probabile che le cose che vi prospettano non sono vere.

Diffidate da chi dice che l’esito di un percorso adottivo è anche una questione di fortuna. Non siate fatalisti. L’ente ha il compito di svolgere un servizio nel pieno rispetto della legalità e della trasparenza.  Un ente serio, competente e professionale deve essere in grado di garantire un elevato livello di efficacia nello svolgimento dell’iter adottivo. E’ nostro diritto, e nostro dovere nei confronti dei bambini e delle loro famiglie d’origine, porre delle domande e ricevere delle risposte esaustive, in modo da assicurarci di ricevere un servizio trasparente.

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