Laura Laera, un curriculum nel rispetto dell’interesse dei minori

Nei giorni scorsi sono state designate le nomine per la nuova Commissione Adozioni, e si attende soltanto l’ ufficializzazione da parte del Presidente Gentiloni. A darne notizia è il settimanale Panorama, con un articolo della giornalista Maddalena Bonaccorso: la presidenza della Cai torna a Maria Elena Boschi, adesso sottosegretaria del Governo, mentre il nome fatto per la vicepresidenza è quello di Laura Laera, presidente del Tribunale per i minorenni d Firenze (guarda questo video del 2014).

Il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze, Laura Laera

Il Presidente del Tribunale per i Minorenni di Firenze, Laura Laera

Giudice minorile dal curriculum eccellente, abbiamo avuto modo di ascoltare Laura Laera  il 18 maggio 2016, durante la terza seduta dell’indagine conoscitiva sull’attuazione della legislazione in materia di adozione e affido in commissione giustizia. Cultore dell’intera questione che riguarda le adozioni, non solo quelle internazionali, definisce la legge n.184 del 1983  “distante ormai quasi quarant’anni”. Attenta al mondo e alle questioni familiari, sostenitrice del diritto dei bambini ad avere una famiglia, dichiara di aver “lavorato su un concetto di accoglienza più ampio con le coppie e con i servizi”, mettendo in moto un nuovo sistema di accoglienza, in cui le famiglie accettano il rischio giuridico, e grazie al quale “si è ridotto di molto il numero di bambini in comunità”.
Molto attenta allo status di figlio, la giudice non le manda a dire: “capisco le posizioni di alcuni, che sono sulla difensiva rispetto alla famiglia legittima. È del tutto comprensibile, perché è un modello che abbiamo introiettato. I modelli culturali richiedono diversi anni per evolversi e modificarsi. Anche noi giudici, che lavoriamo su questi temi da tanti anni, abbiamo le nostre difficoltà”.
E anche su temi, molto discussi come la stepchild adoption, dichiara che “l’articolo 44 non distingue il sesso o il genere delle persone, parla di persone che possono adottare”. “Questo tipo di adozione viene da lontano, perché già la Corte d’appello di Firenze e anche altri tribunali avevano riconosciuto la possibilità al compagno, quindi convivente, di adottare il figlio della compagna sulla base di un ragionamento giuridico molto argomentato e puntuale”.
“Quello che si cerca di fare, o almeno che io cerco di fare, è di non avere un approccio ideologico. Il giudice deve lasciare da parte qualunque approccio ideologico sulla materia famiglia, deve affrontare la casistica che gli si presenta di volta in volta con un approccio «laico», deve verificare nel caso concreto quale sia la normativa applicabile nel rispetto dell’interesse del minore”.
Adozioni internazionali, ecco cosa ha detto il giudice Laera durante l’audizione.

“L’adozione internazionale non è un istituto facile. Questi tempi di attesa, questi 10-12 mesi (per ottenere il decreto di idoneità), sono utili anche alla maturazione della coppia, che quando si avvicina al mondo dell’adozione deve compiere un percorso. Adottare non è proprio come divenire genitori di un figlio naturale, è un’altra cosa, più complessa. È necessaria una maturazione, una consapevolezza delle difficoltà dell’adozione, delle risorse che si possono mettere a disposizione. È come un tempo di gestazione.
Io non sarei così tranquilla nel pensare che sia sufficiente fare la domanda per poi essere presi in carico da un ente per la ricerca del bambino all’estero. Tenete presente che, ottenuta l’idoneità ad adottare, circa il 30 per cento delle coppie non attiva il decreto di idoneità, per cui si perde nel percorso. Questo percorso serve anche a far acquisire ad alcune persone la consapevolezza che forse non è proprio quello che cercavano. Questo vale per l’idoneità dell’adozione internazionale.
Ho visto che altri dati vi sono stati forniti sull’età dei bambini in adozione internazionale, che oramai si attesta attorno ai 5-6 anni. Direi che molti, se non la gran parte, di questi bambini sono portatori di disabilità, e a maggior ragione richiedono risorse più ampie da parte dei genitori adottivi. Alcuni Stati danno in adozione solo bambini con disabilità. Bisogna stare anche qui molto attenti.
Quanto ai fallimenti adottivi, altro tema di cui ho sentito parlare, non ci sono dati precisi. L’unica ricerca fatta dalla Commissione per le adozioni internazionali, a cui ho partecipato anch’io – ero presente in quel frangente – risale al 2000-2001. Erano gli anni immediatamente dopo la modifica sull’adozione internazionale. Valutava le adozioni con il precedente sistema.
Pur essendo una ricerca a campione, avevamo verificato che i fallimenti intesi come restituzione – ci sono anche altre problematiche – erano abbastanza modesti, sulla media del 3 per cento, dato che mi sembra di aver visto riportato ora. La regione Toscana ha svolto un’indagine, che se volete vi faccio avere, dove ci sono i dati di quella regione, ma abbastanza indicativi, e anche questi sono modesti. Certo, quando ci sono, sono modesti ma dolorosi.
Noi abbiamo tre o quattro di queste restituzioni, e anche di situazioni come posso citarvene una a mo’ di esempio: un bambino africano adottato da una famiglia toscana, presentato come un bimbo orfano, accompagnato da una zia all’aeroporto, e poi si scopre che non era affatto orfano, che quella zia era la mamma e che questo bambino è venuto in Italia convinto di venire qui in affido per studiare, giocare a pallone e poi tornare al suo Paese.
È chiaro che quest’adozione ha dato luogo a dei problemi, e quindi a una restituzione. Ve lo racconto per dirvi che l’adozione internazionale è un percorso complesso, che richiede grande professionalità da parte di tutti gli enti preposti. Il nostro è un sistema integrato, e da qualche parte si avanza anche l’ipotesi che il decreto di idoneità non ci sia più, e che quindi il Tribunale per i minorenni venga estromesso da questo procedimento. Non è un discorso nuovo questo, ma serpeggia. Siccome i tempi sono lunghi, il che non è neppure vero, ed anche inutili, tutte le coppie potrebbero benissimo adottare. Penso che non tutte le coppie possano farlo, ma lo pensano anche le coppie. Credo, invece, che quello a cui si deve puntare sia una collaborazione tra tutte le istituzioni che lavorano in questo settore, che ciascuno faccia bene la sua parte e ci sia uno scambio di formazione-informazione anche culturale tra noi, come è sempre stato. Noi abbiamo formato i servizi, e mi riferisco al Tribunale per i minorenni, che prima della riforma era l’unico che faceva la selezione delle coppie. Abbiamo formato, quindi, i servizi, che hanno formato gli enti. È un cerchio, tagliare pezzi del quale credo possa essere pericoloso.
Inoltre, all’estero il fatto che ci sia un controllo giurisdizionale viene percepito come un certificato di garanzia, tanto che siamo il secondo Paese nel mondo per ingressi di minori, e direi il primo visto che il primo sono gli Stati Uniti d’America: se facciamo un rapporto tra popolazione e numero di ingressi, il nostro è un sistema forte.

 

Leggi lo stenografico completo della seduta del 18 maggio 2016

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