Adozioni, appello al Presidente Sergio Mattarella

Si è tenuta oggi presso il Senato della Repubblica,  la conferenza stampa organizzata dall’avvocato Simone Pillon a cui hanno partecipato il senatore Giovanardi e le famiglie di Family for children. Di seguito riportiamo il nostro intervento. In calce l’intervento del Comitato dei Genitori dei bambini della Repubblica democratica del Congo.

Lo stallo della Commissione Adozioni Internazionali ha peggiorato la situazione delle famiglie. Ogni contatto è stato volutamente azzerato. Ogni risposta a qualsiasi domanda puntualmente evitata.

“Family for Children” è l’espressione di un comitato spontaneo nato per raccogliere le storie di tante famiglie adottive che sono finite in un tunnel senza via di uscita. Un comitato che non ha né padrini, né padroni. Da anni, davvero tanti anni, abbiamo consegnato nelle mani di diversi enti autorizzati le nostre speranze di diventare genitori e, allo stesso tempo, abbiamo assegnato agli stessi enti l’impegno di dare ai tanti bambini in difficoltà una famiglia che li possa accogliere e crescere amorevolmente.

Ad oggi, purtroppo, le nostre speranze non si sono tramutate in realtà. Al puzzle delle nostre famiglie manca ancora un pezzo. In questo tempo abbiamo atteso con pazienza che il nostro percorso si compisse. Con gli anni abbiamo accettato ogni tipo di giustificazione, dalle crisi politiche alla lentezza della burocrazia nei Paesi verso i quali eravamo instradati, ed abbiamo prolungato le nostre attese a tempo indeterminato.

Lo stallo della Commissione Adozioni Internazionali ha peggiorato tutto. Arrivati a questo punto crediamo che ogni contatto con le famiglie sia stato volutamente azzerato. Ogni risposta a qualsiasi nostra domanda puntualmente è stata evitata.

A dicembre del 2014 molte famiglie hanno scritto alla Cai e al vicepresidente, per chiedere un incontro proprio con Silvia Della Monica ma nessuno si è degnato di rispondere anche solo per dire che ciò non fosse possibile. Ribadiamo che abbiamo chiesto un incontro con la vicepresidente Della Monica e non con la Commissione intera alla quale si attribuisce un conflitto di interessi.

Ma noi non abbiamo mai mollato e mai ci siamo abbattuti. Abbiamo messo insieme le nostre speranze, condiviso i nostri dubbi e abbiamo dato vita a “Family for Children”. Dobbiamo raccontare per non subire più, ci dicevamo e questo pensiero è diventato la filosofia di “Family for Children”. Attraverso questo strumento di sensibilizzazione abbiamo cercato un interlocutore politico che potesse assicurare la tutela e l’assistenza necessarie per permetterci di svolgere al pieno il nostro ruolo come genitori adottivi.

Nel ministro Maria Elena Boschi, infatti, avevamo trovato un presidente Cai che ha raccolto le nostre denunce e che ha ascoltato le nostre vicissitudini ma, purtroppo, non abbiamo assistito finora ad alcuna evoluzione o azione compiuta in modo da porre fine a questa vergognosa situazione.

Ci siamo rivolti alla presidente della Commissione Giustizia, per essere anche noi auditi nell’ambito dell’indagine conoscitiva diretta a verificare lo stato di attuazione delle disposizioni legislative in materia di adozione ed affido, che ha convenuto di non poter accogliere la richiesta.

Abbiamo implorato un intervento  garante dell’infanzia, già membro della Commissione Adozioni che ci ha invitato a rivolgerci agli uffici di competenza, la Cai stessa appunto.

Abbiamo scritto ai massimi rappresentanti istituzionali: a Matteo Renzi, a Paolo Gentiloni, a Laura Boldrini, a Paolo Aquilanti, a deputati di ogni schieramento politico.

In un paese in cui la politica e i governi sono troppi precari, cogliamo questa occasione per appellarci al Presidente delle Repubblica Sergio Mattarella. Unico punto fermo di un’Italia che sembra andare alla deriva.

Di conseguenza ci rivolgiamo al Presidente Mattarella, affinché possa rimettere in moto la macchina della Commissione Adozioni Internazionali al fine che la stessa, finalmente, possa tornare ad adempiere quei compiti di vigilanza su tutti gli enti. La Commissione per le Adozioni Internazionali, incaricata dallo Stato di svolgere i compiti imposti dalla Convenzione de L’Aja è un organismo statale pagato dai contribuenti, e quindi finanziato dai cittadini, con un funzionamento e servizio che dovrebbero rispondere al bene comune. Un’istituzione che ha il compito di vigilare sull’operato degli enti, di limitare la loro attività in relazione a particolari situazioni di carattere internazionale e, in particolare, di revocare l’autorizzazione nei casi in cui i risultati conseguiti attestino la scarsa efficacia dell’azione dell’ente.

Dopo le notizie riportate da diversi organi di stampa nazionali sul sistema delle adozioni internazionali in Italia, molte famiglie hanno scelto di affidarsi alla giustizia, quella terrena, per vedere riconosciuti i propri diritti.

Siamo consapevoli che la magistratura farà il suo corso, con la serietà che contraddistingue l’operato dei suoi rappresentanti.  La Commissione Adozioni Internazionali, però, non può venire meno ai suoi doveri, non può più fare finta che niente sia successo.

Ci teniamo sottolineare che le responsabilità dei dipendenti/funzionari e membri della CAI alle loro responsabilità vengono ben definite nelle Linee Guida del 2012* a cui facciamo riferimento in seguito:

Lo stato di accoglienza e l’autorità centrale dello stesso hanno la specifica responsabilità di regolamentare i costi delle adozioni internazionali prendendo tutte le misure necessarie per impedire ogni profitto indebito o altro guadagno e di scoraggiare tutte le attività che risultano in contrasto con gli obiettivi della Convenzione.  Tutti i soggetti coinvolti nelle adozioni internazionali, in particolare gli enti autorizzati, hanno la responsabilità di sostenere e rispettare dette misure”. (Art.8,2, comma 358)

Secondo l’articolo (32), “le spese richieste da un ente autorizzato nell’ambito di un’adozione internazionale devono essere ragionevoli e non irrazionalmente alte rispetto ai servizi svolti.  Questi servizi, e le spese relative, sono da associare alle diverse fasi compiute nello stato di accoglienza e quelle nello stato di origine del minore.” (Art.8,2, comma 360).

Ora la CAI, usando i suoi canali diretti, deve dare risposte alle tante famiglie che in questi anni non hanno visto soddisfatto il loro diritto alla trasparenza, ossia il principio regolante l’azione di ciascuna istituzione.

Alla Cai abbiamo diversi domande da girare. Quali controlli sono stati svolti in modo da verificare la permanenza dei requisiti di idoneità degli enti autorizzati e soprattutto per controllare la correttezza, trasparenza ed efficienza della loro azione con particolare riguardo alla proporzione tra gli incarichi accettati e quelli espletati? Sono stati controllati i loro bilanci?

Quali iniziative sono state attivate nei confronti degli enti in modo da accertare che siano in grado di portare a conclusione le pratiche delle tante famiglie che hanno anticipato ingenti somme di denaro per delle procedure spesso mai attivate all’estero?

Quali iniziative sono state attivate nei confronti degli enti in modo da verificare che siano stati richiesti e pagati dalle famiglie adottive soltanto gli oneri e le spese in misura ragionevole rispetto ai servizi svolti dagli stessi con riferimento all’art.32 della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993?

Quali sanzioni sono state imposte nei confronti degli enti che hanno un numero di incarichi accettati di gran lunga superiore a quelli espletati e quali provvedimenti sono stati intrapresi in relazione alle segnalazioni degli aspiranti genitori adottivi sulla discutibile qualità del servizio ricevuto da alcuni enti?

Perché l’attuale direzione CAI ha permesso ad alcuni enti di continuare ad instradare coppie sul paese Etiopia con il conseguente investimento di ingenti somme di denaro in procedure mai attivate all’estero quando la comunicazione del governo etiope già nel 2011 (segnalata in una comunicazione della CAI del 24/03/2011) aveva previsto una forte riduzione nel numero di adozioni?

Perché la CAI ha permesso ad alcuni enti di accettare un numero di procedure superiori a quelle che riesce a gestire in modo adeguato, costringendo in tal modo tante coppie a versare ulteriori somme di denaro per avere una concreta possibilità di realizzare il loro progetto adottivo?

A fronte delle indagini giudiziarie in corso nei confronti di alcuni enti, quali sanzioni sono state applicate?  Quali sono i provvedimenti intrapresi a tutela delle famiglie e dei bambini?

La Cai, infine, si adoperi per pubblicare il report annuale sulle adozioni internazionali: l’unico strumento certificato per capire l’effettivo andamento delle adozioni. Allo stato dell’arte l’ultimo report consultabile è quello riferito ai dati relativi all’anno 2013.

Gli enti autorizzati forniscano un servizio al pubblico che va retribuito in maniera ragionevole senza ricorrere ai ricatti emotivi.

Iniziamo a restituire alle famiglie adottive la dignità che meritano: i genitori adottivi vanno trattati in maniera umana, con parità di trattamento e con il dovuto rispetto.

“Family for Children”, quindi, chiede che vengano prese tutte le misure necessarie per impedire qualsiasi pratica contraria agli scopi della Convenzione de l’Aja. E, soprattutto, chiediamo che in ogni azione compiuta dal Governo Italiano venga considerato l’interesse superiore dei bambini che aspettano dall’altra parte del mondo la propria famiglia. Le famiglie adottive sono un’importante risorsa per i bambini e per la società in cui viviamo. Aspettiamo un segnale determinante dal Capo dello Stato, un intervento che possa risolvere le questioni sollevate dalle famiglie e, innanzitutto, che possa soddisfare il diritto fondamentale di ogni bambino ad una famiglia permanente.

In Italia è forte la necessità di arrivare ad una seria riforma normativa delle adozioni internazionali. “Family for Children” non vuole entrare nel merito di un lavoro che spetta al legislatore italiano, ma è convinta che il numero di enti autorizzati (oltre sessanta) che operano nella Penisola, spesso in spietata concorrenza l’uno con l’altro, sia sovradimensionato. Urge una razionalizzazione dentro un mondo, quello delle adozioni internazionali, che sta mettendo in risalto tutti i suoi difetti e che sta evidenziando la necessità di una sua pronta e non più rinviabile revisione.

Una revisione che è necessaria anche nel rapporto fra coppie adottive ed enti autorizzati.

Le coppie che scelgono di seguire questo percorso, irto di ostacoli e sempre più costoso, sono l’anello debole di questo sistema. Firmano un contratto che carica sulle loro spalle ogni tipo di responsabilità e, contestualmente, sgrava gli enti dal rischio di colpevolezza se questa strada si allunga, diventa sempre più difficile da percorrere o si blocca improvvisamente prima della fine programmata. Un contratto che diventa scudo di fronte all’inefficienza di un sistema ormai arrivato al collasso.

 

Di seguito il testo del comunicato del Comitato dei Genitori del Congo letto durante la conferenza in Senato:

 

La nostra storia adottiva nasce anni fa, ancor prima che la Repubblica democratica del Congo decidesse di procedere con il blocco dei nostri figli rimasti,  sino al giugno scorso,  impossibilitati ad abbandonare il loro paese per ragioni ancor oggi scarsamente chiare.

Ora siamo genitori felici, accanto a figli radiosi che ci stanno donando molto più di quanto non abbiamo dato e daremo loro.

Ma l’oggetto del nostro intervento attiene a nuovi dolori ed a  nuove preoccupazioni, che mai avremmo pensato di dovere affrontare.

Più volte ci siamo recati presso questa  stessa aula per lamentare la nostra sofferenza,  non solo dettata dalle decisioni della Repubblica democratica del Congo,  ma in principalità  dal trattamento riservatoci dalla Commissione adozioni internazionali, durante l’intero blocco che ha coinvolto le nostre famiglie, nostro malgrado.

Abbiamo già denunciato la totale inesistenza della Commissione Adozioni Internazionali,  nei nostri riguardi di fronte a tutte le richieste di informazioni e trasparenza.

Non abbiamo taciuto delle modalità con cui i nostri figli sono stati accolti in Roma , al loro arrivo, di come siamo  venuti a conoscenza della loro presenza in Italia e degli incontri avvenuti  alla caserma di Spinaceto.

Riteniamo grave la condotta della vicepresidente della Commissione Adozioni quando torna sempre sul tema della adozioni in RDC affermando che alcuni bambini sarebbero  stati condotti in Italia sebbene avessero genitori/famiglie nella loro terra di origine.

Ebbene se tali fatti sono accaduti- ci si chiede dove fosse la Cai nella vigilanza del percorso degli enti ai quali ci siamo affidati e perchè questi enti operino ancora casomai (tant’è!)- è doveroso  non fare di tutta un’ erba un fascio.

In questa indeterminatezza,  in questo continuo parlare e rimandare apertamente,  all’inchiesta del settimanale Espresso che parlava di Ladri di bambini ( quali fossero i ladri non è dato sapere!!), si lascia la possibilità a tutti i figli giunti dalla RDC di ritenere di  essere frutto non già di una adozione ma di una RUBERIA!

Ebbene risulta quantomai grave che si perseveri in questo contegno diffamatorio indiscriminato a danno di tutti: delle adozioni prima e dei nostri figli poi.

Chiediamo in questa sede l’intervento tempestivo del Garante dell’infanzia per la tutela dei diritti dei bambini adottati dalla coppie italiane per impedire che ulteriori ombre gravitino su di loro e per l’intera loro esistenza, affinché venga posta chiarezza sulla vicenda e si invochi l’opportunità a parlare del tema con il doveroso rispetto che si conviene in favore dei minori. 

E’ supremo interesse del minore ad avere una Cai seria, attiva, vigile, comprensiva, accogliente, cooperante e unita e che inizi a lavorare non nei convegni pubblici ma nelle sale di via Ruffo quanto prima.

Il Comitato genitori adottivi RDC 

 

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