Per poter adottare vende lo strumento. Quando per un sogno si è costretti a spegnere la musica

fagotto L’Italia per me è stata come un amore a prima vista. Quando ci misi piede, trenta anni fa, per la prima volta, mi innamorai: la cultura, la tradizione, le architetture che trasudano storia, la buona cucina, il mare, la musica. Già da adolescente amavo i grandi compositori italiani: Verdi, Puccini, Vivaldi. Degli italiani amavo anche l’ospitalità e quella accoglienza amorevole riservata ai bambini. Successivamente la musica divenne la mia professione e, per uno strano caso del destino, il mio mestiere mi riportò in Italia. Il bel paese mi rese felice quando mi regalò, oltre alla musica, il grande amore: mio marito. Mai però avrei immaginato di dovermi trovare nella situazione in cui siamo finiti oggi. Mai avrei immaginato che questo paese mi avrebbe portato via la speranza oltre che la passione.

Sognavamo, mio marito ed io, di allargare la nostra famiglia, e nel 2010 presentiamo la disponibilità per adottare e dopo un anno ci dichiarano idonei. L’adozione internazionale costa tanto. Ci vogliono molti soldi che noi non abbiamo. Ci pensiamo per qualche giorno, non dormiamo. Non potevano essere i soldi ad ostacolare il sogno di accogliere un bambino. Ci informiamo meglio. Individuiamo un ente autorizzato che ha un’intesa con altri due enti italiani e quindi un numero maggiore di canali esteri disponibili dove poter instradare la nostra pratica. Siamo convinti che i servizi specificati nella Carta dei Servizi dell’ente ci garantiscono una certa tranquillità e decidiamo di dare il mandato. Inoltre gli enti, sono sottoposti a verifica costante dalla Commissione Adozioni Internazionale. Rimane sempre il problema dei soldi. Il pensiero di poter dare una famiglia ad un bambino e allo stesso tempo il desiderio di diventare mamma era (ed è) più grande di quella di continuare la mia carriera da musicista e così prendo una decisione: vendo il mio amato strumento musicale. L’ente individua il paese che potrebbe fare al caso nostro: veniamo instradati in Etiopia. Soldi versati per costi procedure: dodicimila euro.
Dopo un anno l’ente ci comunica che le procedure in Etiopia stanno subendo dei rallentamenti, fiduciosi nel loro operato, rimaniamo convinti che avrebbero sempre gestito in maniera professionale la nostra pratica in modo da potenziare le reali e concrete possibilità di adottare un bambino.

Purtroppo, qualche mese dopo ci arrivano informazioni non molto incoraggianti da diversi fonti internazionali. Cominciamo a chiedere all’ente quali paesi avrebbe pensato di proporci nell’eventuale necessità di un nuovo instradamento, anche in considerazione dell’intesa con gli altri enti italiani. Inaspettatamente, ci viene comunicato che l’intesa con gli altri enti non era più operativa.

Rimaniamo, comunque, convinti che l’ente sarà in grado di proporci altre possibilità perché al momento della sottoscrizione del contratto ci avevano fornito una lunga lista di tutti i paesi in cui loro stessi operavano. L’ente ci indica tre diversi paesi che, secondo loro, avrebbero dato migliori prospettive rispetto alla situazione di stallo che si stava verificando in Etiopia.

A questo punto, e solo a questo punto, ci viene spiegato che il cambio paese avrebbe comportato il pagamento dell’intera nuova quota esteroin altre parole che il denaro già investito nella prima quota estera, ossia € 4500 per il cosiddetto instradamento in Etiopia sarebbe andato perso. Facciamo riferimento alla Carta dei Servizi che specifica ‘Nel caso in cui, per propria decisione, la coppia richieda di variare il Paese d’instradamento, sarà tenuta a corrispondere la quota di procedura estera già espletata a quel momento, oltre che la quota estera del nuovo Paese. Nulla sarà dovuto all’ente qualora sia l’Associazione che, per motivi operativi o di condizioni manifestatesi nel Paese originariamente identificato, proponga alla coppia di rivolgere il proprio dossier ad un altro paese.’ Ma non c’è verso – l’ente insiste che un nuovo instradamento richiederebbe un nuovo pagamento.

Sappiamo che il denaro versato nell’ambito delle adozioni internazionali deve essere proporzionale ai servizi svolti. Chiediamo quindi, quali costi sono stati sostenuti per quel che riguardava, nello specifico, la nostra pratica in Etiopia. L’ente ci trasmette due ricevute per un totale di circa € 400. Viene confermato che il nostro dossier non è stato mai depositato alle autorità straniere. Noi aspettiamo in una fila d’attesa che ormai è diventata piuttosto lunga, sia in termini di numeri che tempi.

Nel maggio duemilasedici (e sono passati 4 anni dalla data del mandato) ci arriva una mail dall’ente contenente tre diverse proposte. La prima: rimanere instradati sull’ Etiopia. Ci chiediamo quali concrete possibilità questa opzione ci può offrire, considerando che quest’ anno l’ente non ha abbinato nessuna coppia con bambini etiopi, e l’anno scorso risultano solo due abbinamenti. La seconda opzione propone un cambio paese ma con l’inevitabile perdita dei soldi investiti nella prima tranche estero per l’Etiopia. L’ultima scelta propone di revocare il mandato e affidarci ad un nuovo ente con, evidentemente, la perdita di tutti i soldi investiti finora, ossia €12.000 compresi i pagamenti per i servizi in Italia.

Negli anni di attesa, abbiamo sempre cercato di contattare i vertici della Commissione adozioni Internazionale. Malgrado lettere raccomandate, email e telefonate, non abbiamo mai avuto la possibilià di discutere di tutto ciò con la vice-presidente della CAI. Abbiamo depositato tre richieste di accesso agli atti presso la Cai per capire quali servizi sono stati svolti dall’ente autorizzato, visto che l’ente stesso non ha fornito risposta esaustive. Ma tutto sembra sparito nel nulla.

Ma è davvero sparito tutto nel nulla o lo stato italiano approva questo modus operandi?

E’ possibile che la Cai non tenga in considerazione le richieste fatte dalle famiglie?
Eppure di coppie nella stessa identica situazione ce ne sono tantissime.

Forse le dichiarazioni degli enti hanno un valore maggiore rispetto alle affermazioni delle famiglie?

O peggio, alcuni enti hanno un trattamento speciale rispetto ad altri?

E’ possibile che per concludere una procedura adottiva bisogna accettare di pagare tutto quello che ci viene richiesto senza pensare che la Carta dei Servizi, che pure è stata autorizzata dalla Cai, dice cose diverse da quelle pretese dagli enti?

Molte famiglie, esasperate dalla situazione, stanchi dai tempi di attesa accettano di pagare qualsiasi cifra. Per poter adottare ho rinunciato alla mia carriera, ho venduto il mio strumento musicale per seguire il sogno di poter dare una famiglia ad un bambino…

Cara Italia, ormai mi rivolgo a te, perché non so più a chi altro mi devo rivolgere:
è questa la solidarietà che avevo visto da bambina o è speculazione?

Karen e Pasquale, mandato affidato all’ente a giugno 2012

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redazione

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